In Inghilterra scoppia lo scandalo
Facebook anche dietro le sbarre
Chiusi dalle autorità britanniche 350 profili e pagine Facebook in due anni" style="text-align: left;">
di Francesca Pariti
Le sbarre del carcere si possono infrangere grazie alla forza dei social network. Questo è quanto accade in Gran Bretagna dove i detenuti riescono a organizzare le loro attività criminali attraverso dispositivi ovviamente abusivi. Vere e proprie minacce arrivavano sulle bacheche di Facebook da account appartenenti a individui non socialmente e legalmente liberi. Non sono certo persone dotate del dono dell’ubiquità, ma detenuti che sono riusciti a introdurre illecitamente dietro le sbarre smartphone con cui si connettevano al Web. Lo scandalo è stato denunciato da giornale britannico Daily Mail, che attraverso un’indagine su diversi profili Facebook ha scoperto l’identità nascosta di diversi carcerati.

Il primo caso denunciato risale a ben due anni fa, quando l’allora Ministro della Giustizia Jack Straw annunciò la chiusura di circa 30 profili e pagine di Facebook perché erano utilizzati dai detenuti per gestire dal carcere le loro attività criminali. All’epoca Straw definì questa situazione «orribile, profondamente inquietante e offensiva per la morale pubblica». Al Ministero della Giustizia britannico risultano ad oggi 143 profili rimossi tra luglio 2009 e giugno 2010 e altri 199 cancellati nell’anno successivo. L’episodio più inquietante è sicuramente quello del famoso criminale Colin Gunn. Condannato a 35 anni per istigazione all’omicidio aveva fondato sul famoso social network una sua fan page che aveva riscosso un notevole successo con ben 565 “amici”. Tramite il portale, Gunn minacciava le sue vittime e caricava foto che lo riprendevano in atti criminali e osceni. Tramite il suo smartphone, Gunn si divertiva a pubblicare messaggi come questo: «Un giorno tornerò a casa e non vedo l'ora di guardare certe persone negli occhi e vedere la paura perché io sono lì». Tutto questo da un carcere di massima sicurezza.
Le reazioni a una tale situazione che ha del paradossale, arrivano dalle associazioni che tutelano e rappresentano le vittime del crimine. A preoccupare è la facilità con cui attraverso il Web i detenuti possono comunicare con le loro vittime e i loro nemici. Javed Khan, dell'organizzazione Victim Support, ha sottolineato: «Il fatto che i criminali possano usare Facebook dalla prigione trasforma la loro pena in una presa in giro. È una questione di "oltre il danno anche la beffa", quando lo usano per minacciare vittime e testimoni». Un'altra associazione, Families Fighting for Justice, le famiglie che combattono per la giustizia, ha dichiarato attraverso la sua portavoce Jean Taylor: «Queste persone non dovrebbero avere accesso ai cellulari mentre sono in prigione. Si svagano torturando le proprie vittime, e i social network dovrebbero rivedere le loro politiche a riguardo». A essere sotto accusa sono le autorità britanniche, che non riescono a controllare adeguatamente la vita nelle carceri. Anche Facebook ha le sue colpe: troppo facile aprire profili e fan page, anche dietro le sbarre.
31 gennaio 2011

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