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L'eredità di Steve Jobs

La lista nera firmata Apple

A seguito delle polemiche sulle condizioni lavorative dei proprio dipendenti, la Apple ha deciso di pubblicare la lista dei propri fornitori

di francesca scialanga

Dopo la disastrosa esplosione di polemiche circa l'inadeguatezza delle condizioni lavorative dei dipendenti Apple, l'azienda più famosa del mondo ha deciso di pubblicare l'elenco dei propri fornitori. Un modo, tra i più facili, per tutelarsi coprendosi con gli errori degli altri.
Si tratta di una lista (resa nota appena due giorni fa) di 156 nomi che, sebbene non completa, include il 97% delle aziende che lavorano con Cupertino. Tra queste grandi nomi come Intel o Nydia, entrambe produttrici di chip, o ancora Samsung Electronic, Toshiba, Panasonic, Sony, fino ad arrivare a realtà meno note come la Zeniya Alluminium, la Ji Li Molud Manifacturing, la Unisteel Technology.
Nell'elenco figura anche la Hon Hai, l'azienda taiwanese più conosciuta come Foxconn il cui nome accende la spia della memoria in quanti già conoscono i fattacci dei rapporti lavorativi tra Apple e Cina.
Sì perché l'azienda Foxconn, oltre a produrre gli i-phone e gli i-pad, è stata recentemente teatro di esplosioni improvvise e ingiustificate che hanno provocato la morte di 4 dipendenti. Un orrore d'altri tempi, verrebbe da dire, ma ormai moderno quanto l'i-pad tenuto sulle ginocchia dentro la metropolitana.

Le critiche mosse all'azienda Apple riguardano esattamente casi come questo: di furberie, di mancanza di tutela, di sciatta organizzazione. Si va dalle pessime condizioni di lavoro (con conseguenti minacce di suicidio da parte dei dipendenti), ai casi, 19, di lavoro minorile già riscontrati in 5 impianti, agli orari di lavoro (soltanto il 38% dei fornitori rispetta il limite delle 60 ore settimanali fissato da Cupertino).
Anche l'inquinamento ambientale è stato motivo di discussione nonostante, per le ragioni di furberie di cui sopra, le protagoniste sono state omesse dalla lista in quanto succursali delle aziende ufficiali.
I nodi che incagliano il cerchio della catena di montaggio non sono quindi mai sufficienti a rallentare il fluire dei meccanismi di produzione. La fabbrica è spietata da sempre, da che esiste. Mai un passo avanti reale, mai uno sguardo umano.

E allora perché arenarsi in sabbie tanto rischiose? I motivi sono molteplici e non riguardano solo il profitto economico. Certo, pagare un operaio cinese costa meno che pagarne uno americano, ma la differenza sostanziale è che le aziende cinesi offrono un vantaggio strategico che negli Stati Uniti sarebbe impossibile. La questione è spiegata con dovizia di dettagli in un lungo articolo a firma di Charles Duhigg e Keith Bradshers comparso sul New York Times. Il fatto è che le fabbriche cinesi danno garanzie ai clienti (praticamente tutta la tecnologia del mondo si produce negli stabilimenti di poche aziende cinesi), sia per quanto riguarda l'efficienza nel prodotto finito sia per la garanzia di personale qualificato. Foxconn, per esempio, è in grado di radunare 3000 ingegneri nel giro di una notte, cosa che in America o in Europa sarebbe impensabile.
Già Jobs lo disse a Obama: “Il mondo occidentale non riesce a formare abbastanza personale nelle discipline che servono al settore tecnologico”.
Ingegneri di casa nostra, fatevi avanti.

 

26 gennaio 2012

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Dopo la disastrosa esplosione di polemiche circa l'inadeguatezza delle condizioni lavorative dei dipendenti Apple, l'azienda più famosa del mondo ha deciso di pubblicare l'elenco dei propri fornitori. Un modo, tra i più facili, per tutelarsi coprendosi con gli errori degli altri.