Medio Oriente
Israele: ragazzi palestinesi isolati e maltrattati nella prigione di Al Jalame
Un’inchiesta del quotidiano inglese The Guardian rivela i retroscena del sistema giudiziario israeliano" style="text-align: left;">
di Ilaria Liberatore
“Quattro soldati sono entrati nella mia camera da letto, intimandomi di andare con
loro. Non mi hanno detto perché, non hanno detto nulla né a me, né ai miei genitori”. Inizia così il racconto di Mohammad Shabrawi, un ragazzo di 16 anni, arrestato in Cisgiordania nel gennaio dell’anno scorso. “Ero solo, impaurito, e avevo bisogno di qualcuno con cui parlare. La solitudine mi sconvolgeva. Avevo un disperato bisogno di incontrare qualcuno, di parlare con qualcuno…”. E poi c’è Ezz ad-Deen Ali Qadi, 17 anni, che dichiara “Se i soldati sono di buon umore, ti permettono di sederti senza manette. Altrimenti, ti costringono a star seduto su una sedia minuscola con un cerchio di ferro attorno. Lì ti legano mani e piedi. Ti ci possono lasciare anche per quattro ore. È doloroso”. E aggiunge “Pensi alla tua famiglia, e credi di non avere più futuro”.
Le testimonianze di Mohammad ed Ezz ad-Deen sono solo alcune delle tante raccolte in un’inchiesta del quotidiano inglese The Guardian, che getta luce su “presunti” maltrattamenti inflitti a minori nella prigione militare israeliana di Al Jalame. La maggior parte dei ragazzi detenuti in questo luogo spettrale (si pensi alla famosa Cella 36, la più “frequentata” e temuta, che è poco più grande di un materasso, e versa in condizioni igieniche disumane, nella quale i ragazzi possono rimanere in isolamento per settimane o mesi perdendo totalmente la cognizione del tempo), è accusata di aver tirato pietre ai soldati o ai coloni, o di aver lanciato molotov. Pochi altri sono accusati di crimini più gravi come il coinvolgimento in associazioni terroristiche o l’uso di armi. Molti vengono arrestati solo per carpire informazioni riguardo alle attività dei loro parenti o amici.
All’inizio quasi tutti negano le accuse. Alla fine, però, generalmente le autoconfessioni vengono firmate. Le ragioni sono facilmente intuibili. Con tecniche da far invidia alla Santa Inquisizione, i soldati del “Popolo eletto” si arrogano il diritto di minare lo spirito e il fisico di questi ragazzi (tra i 500 e i 700 ogni anno, dal 2008) con abusi fisici e verbali. Arresti nel cuore della notte, mani legate con corde di plastica, occhi bendati, minacce ai famigliari, bestemmie (sono comunemente riportate, nelle varie denunce, frasi come “Sei un cane, figlio di puttana”). Giorni e giorni di isolamento ingiustificati, interrogatori estenuanti (anche qui con gli occhi bendati e, in alcuni casi, addirittura con l’elettroshock) sono gli elementi ricorrenti nelle storie di questi ragazzi. Gli interrogatori si svolgono generalmente senza la presenza di un genitore (che spesso non ha la più pallida idea di dove sia detenuto il figlio), e si riesce ad avere assistenza legale solo dopo giorni. Chi non confesserebbe qualunque crimine in condizioni simili?

Ma la questione va ben oltre la loro presunta colpevolezza. “Non stiamo dicendo che i reati non sono stati commessi”, ha dichiarato Gerard Horton, portavoce del gruppo Defence for Children International (DCI), “stiamo dicendo che i bambini e gli adolescenti hanno diritti legali”. Trattamenti di questo tipo violano chiaramente la Convenzione Internazionale sui diritti dell’infanzia del 1990 (che Israele ha firmato), e la Convenzione di Ginevra per la protezione delle persone civili in tempo di guerra del 1949.
Horton illustra anche le devastanti conseguenze psicologiche di trattamenti di questo tipo. “L’isolamento mina il loro spirito. I ragazzi dichiarano che, dopo una settimana, confessano solo per poter uscire di prigione”. Alcuni ragazzi ostentano comportamenti da adulti, considerando la violenza subita come un rito di passaggio. Ma “se parli con loro per un’oretta, capisci che sotto quella maschera da bullo c’è un bambino che è stato profondamente traumatizzato”, aggiunge Horton. Molti di loro hanno il terrore di incontrare di nuovo un soldato, e si tengono lontani dai checkpoint, per cui è possibile ipotizzare che un simile trattamento abbia finalità deterrenti.
Secondo Nader Abu Amsha, direttore di YMCA centro di riabilitazione giovanile di Betlemme, “le famiglie credono che quando il ragazzo viene rilasciato si sia risolto tutto. In realtà è proprio allora che iniziano i problemi”. Compaiono, infatti, i primi sintomi di un trauma: incubi, mancanza di fiducia negli altri, paura del futuro, sensazione di impotenza e inadeguatezza, comportamenti ossessivo-compulsivi, enuresi, aggressività, senso di straniamento e mancanza di motivazione. Ma le autorità israeliane non prendono minimamente in considerazione gli effetti a lungo termine dei loro maltrattamenti. Non capiscono “quanto questi alimentino il circolo vizioso della violenza e l’odio. Questi bambini, al termine della detenzione, hanno tantissima rabbia. Alcuni di loro sentono il bisogno di vendicarsi. Ci si trova di fronte a ragazzi devastati”.

Da parte sua, Israele nega categoricamente ogni accusa. L’ISA (Agenzia per la Sicurezza di Israele), in particolare, sostiene che “nessun detenuto, sia esso minorenne o maggiorenne, è tenuto in una cella di isolamento per ottenere una confessione. Le accuse […] sono assolutamente prive di fondamento. Gli investigatori agiscono rispettando la legge e le linee guida che proibiscono inequivocabilmente azioni simili”. Mark Regev, portavoce del primo ministro Netanyahu, più cauto, ha dichiarato “Se i detenuti credono di essere stati maltrattati, specialmente se si tratta di minori, è molto importante che queste persone, o chi le rappresenta, si facciano avanti e facciano valere i propri diritti. Il banco di prova per una democrazia è il modo in cui i suoi detenuti vengono trattati, specialmente se si tratta di minori”.
Chiare, ma al momento eccessivamente diplomatiche, le reazioni della Gran Bretagna, dopo le rivelazioni del Guardian. Il ministro degli esteri Alistair Burt ha dichiarato: “Ho espresso forti preoccupazioni riguardo al trattamento dei bambini palestinesi nelle prigioni israeliane. Ho spronato il governo israeliano ad occuparsi della questione”.
Infine, l’Unicef ha assicurato che sta “monitorando gli arresti e le detenzioni di bambini ed è costantemente in dialogo con le autorità israeliane per migliorare le condizioni dei detenuti minorenni. Tutti i bambini, in ogni momento, devono essere trattati con dignità e rispetto, in accordo alla convenzione dei diritti dell’infanzia”.
24 gennaio 2012

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