32° anniversario del massacro che ha inaugurato la strategia della tensione.
12 dicembre 1969. Piazza Fontana, strage di stato fascista
Ricordare come atto di resistenza politica." style="text-align: left;">
di Riccardo Melito
12 dicembre 1969, ore 16.45. Quel triste pomeriggio, a Milano, dentro la sede della
Banca Nazionale dell’Agricoltura, si inaugura la “strategia della tensione”. Diciassette morti e ottantotto feriti il bilancio di quello che è considerato il primo provvedimento di una politica occulta e scriteriata, dettata da interessi atlantisti e giocata sulla pelle delle nazioni liminali, quelle di confine tra i due blocchi. Proprio lì dove invece si sarebbe dovuta esercitare maggiore riflessione e comprensione reciproca. Oggi, contrariamente a questa speranza, ricorre l’anniversario di quella strage, impunita come molte altre che hanno insanguinato l’Italia, da Portella della Ginestra a quelle di mafia degli anni ’90. Stragi che accomunano gli Stati Uniti, lo Stato connivente, il fascismo e la criminalità di stampo mafioso, per questo eventi che rimarranno probabilmente insoluti.
La legge dello Stato mostra il suo limite, rimanendo impotente di fronte a latitanti, prescritti e assolti miracolati. Mentre i sospetti, come Giovanni Ventura, muoiono e
coloro che sanno, come il generale Maletti, tacciono; mentre i pentiti, come Carlo Digilio, non vengono ascoltati, la verità è, nonostante tutto, ormai manifesta. Basta leggere le centinaia di pagine scritte, le inchieste condotte dai giornalisti, dai giudici, dagli storici, per rendersi conto che un’immane opera d’insabbiamento e occultamento è stata condotta, ma anche per accorgersi che una struttura riconoscibile emerge attraverso le crepe di questa coltre, di questo sudario. Un dato banale, ma che dà un metro di paragone, è fornito da un pdf che raccoglie informazioni tratte di Wikipedia. Molto ben curato nella forma e nelle fonti, riporta tutte le stragi italiane dal 1860 al 2008. Tra tutti quegli eventi drammatici solo dieci sono stati compiuti dal 1860 al 1943. Il resto, e sono decine e decine, è da ascriversi quasi esclusivamente agli statunitensi, ai nazisti, ai fascisti, a ignoti in fondo noti, ai mafiosi.
Non bisogna dimenticare. Troppo slogan, poco contenuto. Non si deve smettere di lottare per una società più giusta, più colta, più libera. Questa lotta avrà tante forme
quante sono quelle di oppressione e di dominio. Una di queste è la memoria, che permette di collegare eventi passati e presenti, che fa nascere il pensiero e mostra come il fascismo, la dittatura, la repressione, la violenza sono metodi di governo tutt’altro che arcaici. Se durante gli anni di piombo il fronte erano le nostre strade, quelle tedesche, quelle polacche, ora il fronte è il medio oriente, l’Iran, la Siria, il Libano, l’Afghanistan, l’Iraq, le coste del Mediterraneo. Ora che il seme del capitalismo e della socialdemocrazia sta ormai dando i suoi frutti qui, il fronte dello scontro si sposta verso altre terre. Mentre le masse della vecchia cerniera tra Est e Ovest sono sempre più anestetizzate e pronte alla sottomissione, scaldate da una coperta a stelle e strisce, la colonizzazione si sposta e mostra di nuovo la sua faccia mostruosa, quella della guerra.
12 dicembre 2011

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