La Germania difende la sua linea: niente aiuti all'Italia
La crisi sopra Berlino
Merkel, Sarkozy e Dorian Gray" style="text-align: left;">
di Nicolò Spaziante
Il gioco del poliziotto buono e del poliziotto cattivo lo conosciamo come un trito escamotage narrativo comune nel noir; non ci si aspetta dunque di vederlo messo in atto da due capi di stato, riuniti dalla fantasia dei cronisti in un unico mitologico Giano bifronte, di nome Merkozy.
L'asse Parigi-Berlino sembra dapprima fare l'occhiolino a Monti, tanto da definire impressionanti gli sforzi del governo italiano per risanare il bilancio, solo per poi rimarcare che l'Italia ce la deve fare da sola.
Nell'inizio di settimana i mercati, sulla spinta dell'iniezione di fiducia trasmessa dalla positive recensioni degli sforzi italiani, avevano addirittura trascurato l'abbassamento del rating del Fondo Salva-stati, premiando gli sforzi di coesione europea con segni positivi diffusi a chiusura.
Oggi poi la doccia fredda: Wolfgang Franz, uno dei think tank che consigliano l'esecutivo Merkel, presidente del centro di ricerche economiche Zew di Mannheim, ha affermato candidamente che l'Italia è abbastanza forte da aiutarsi da sola, e si è poi detto convinto che l'Euro sopravviverà, senza perdere alcun paese membro. La dichiarazione, sebbene non di un esponente ufficiale del governo, suona come una risposta neanche troppo indiretta alla richiesta che il premier Monti ha avanzato nei giorni scorsi nei confronti dei partner dell'eurozona: aiutare l'Italia ad allentare la morsa dei tassi di interesse stellari sulle emissioni di titoli di stato.
Franz in particolare si è schierato decisamente contro l'ipotesi dell'acquisto di nuove tranche di titoli di stato italiani da parte della Bce, una linea condivisa da frau Merkel e a quanto pare da larga parte dell'opinione pubblica tedesca, se è vero che la maggioranza che sostiene l'esecutivo raccoglie su questo punto larga parte del proprio consenso.
La posizione tedesca è però quanto di più miope si possa concepire in tempi di crisi monetaria, e rimanda al tempo dell'unificazione delle due Germanie, che in poco tempo produsse effetti devastanti sugli embrionali processi di integrazione monetaria tra i membri dell'allora Cee. Allora si trattava di due economie molto diverse per costo del lavoro e tasso di cambio, che andavano però in qualche modo armonizzate in virtù di un'improvvisa unificazione politica; la transizione fu gestita con l'unico obiettivo di conservare lo status quo, il Modell Deutschland che prima i socialdemocratici poi i democristiani di Kohl avevano faticosamente realizzato. Così guidata, l'unificazione spianò l'economia dell'Est, e affossò alla lunga anche quella dell'Ovest, gravata di quello che ormai era diventato solo un peso. Si creò così una “questione orientale”, simile a quella meridionale originata dall'unità italiana, nodo tuttora non appianato se si confrontano i dati economici delle due aree. Il rischio è ora replicare quel meccanismo autodistruttivo, cioè tutelare la supremazia della locomotiva tedesca, chiamando gli europartner a un'unione fiscale praticamente in bianco; la Germania vorrebbe continuare a beneficiare dello status di paese-rifugio dalla crisi, con tassi di interesse negativi e tassi di cambio alleggeriti dalle debolezze dei partner, e questo a scapito proprio degli stessi paesi euro. Berlino vorrebbe alzare un muro che permetta la preservazione degli standard economici tedeschi, i quali però sono possibili in questo momento solo a condizione di aggravare la crisi nei paesi limitrofi. La Germania vorrebbe essere Dorian Gray, con l'Europa a farle da ritratto.
18 gennaio 2012

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