In Sala Sinopoli l'esordio romano della pianista giapponese
Hiromi fa innamorare l'Auditorium Parco della Musica
Il nostro report di una bella serata di musica ed emozioni" style="text-align: left;">
di Francesco Sorricaro
Dopo anni di attesa è arrivata anche questa prima volta: Hiromi Uehara per la prima volta nella Città Eterna per un’accoglienza che pochi artisti si sono meritati.
Una Sala Sinopoli gremita, un sabato freddo, ma non troppo: tutto sembrava emanare profumo inebriante di jazz già prima che l’artista giapponese facesse il suo ingresso in teatro. Erano da poco scattate le 21.30 quando il folletto di Shizuoka faceva la sua entrata in una scena composta da un solo pianoforte a coda che, piuttosto inaspettatamente da parte mia, escludeva una esibizione in trio come nell’ultimo album Voice. Poco male; perché, dopo un breve silenzio di concentrazione favorito da una platea trepidante, da quel piano si sarebbero sprigionate tutte le forze della natura.
Una lunga, terremotante, improvvisazione ha fatto capire immediatamente, a chi non conosceva Hiromi, che tipo di musicista avesse davanti. Passione, divertimento, giocosità, dolcezza: sensazioni trasmesse, come scariche elettrice, semplicemente dal genuino divertimento di un'artista che suonava il suo strumento prediletto.
È stata dolcissima Hiromi nel ringraziare il pubblico romano per gli applausi scroscianti esplosi dopo il primo brano proposto, ed umilissima nel provare a parlare e presentare le proprie esecuzioni nella nostra lingua, con lo sguardo perennemente verso le assi del palcoscenico, quasi a voler chiedere scusa per errori di pronuncia che, dobbiamo dire la verità, sono sembrati impercettibili. Questo modo di fare, tutto giapponese, però, durava solo il tempo di risedersi al suo sgabello e rincominciare a carezzare quei tasti. Quello era il momento dell’esaltazione fanciullesca che non l’ha tenuta ferma per più di 5 secondi, il momento della gioia di esibirsi di fronte ai suoi genitori pieni d’orgoglio in prima fila, era il momento di giocare con il suo gingillo da 500 kg dal quale è riuscita letteralmente a ottenere l’anima, solleticandolo fin nelle sue viscere di corde. Saltelli, gridolini ed una mimica fatta di sorrisi e smorfie di godimento sono stati lo spettacolo nello spettacolo ed hanno colorato un’esecuzione, inutile dirlo, di un estro ed una tecnica a dir poco mostruosi, se si tiene conto che stiamo parlando di una musicista poco più che trentenne, che è andata anche oltre il jazz.
Gli highlights della serata? Innanzitutto Old castle, by the river, in the middle of a forest, il brano il cui titolo descrive un quadro senza titolo che doveva dare il nome al brano (scusate il garbuglio di parole…! n.d.a.), piccola opera tratta da Spiral che ha mostrato tutto il gusto lirico di Hiromi, con aperture emozionali commoventi che aprono le nubi tra una tempesta di note e l’altra. Degne di attenzione sono state anche le esecuzioni di una frizzante Cape Cod Chips, il brano dedicato alle sue patatine preferite, la viaggiante Sicilian Blue, manco a dirlo, ispirato dalle atmosfere della nostra stupenda isola nel Mediterraneo, e Place to be, vero e proprio gioiellino che mescola malinconia e gioia: omaggio ad una Sinopoli in visibilio, che l’ha trascinata più di una volta in scena per un ultimo encore e che, sono state parole sue, le ha regalato la felicità di sentirsi viva.
Un’ora e mezzo di intense, stordenti emozioni per gli appassionati di quest’artista unica, una setlist che ha privilegiato, per lo più, il suo album del 2010 Place to be, ed un auspicio di pronto ritorno per Hiromi da parte di un pubblico silenziosamente attento, ma sentitamente coinvolto, che si è palesemente innamorato di lei: è quello che ha lasciato questa bella serata. Il perfetto spot di come la musica possa essere diffusa come un flusso terapeutico di pura gioia.
30 gennaio 2012

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