Al Teatro Vascello di Roma fino al 29 gennaio
La Madre e il racconto drammatico di due vite
Una riscrittura di Paolo Fallai del Malinteso di Albert Camus" style="text-align: left;">
di Graziella Travaglini
Due donne. Uno studio televisivo. Il pubblico. Il racconto di una vita che è stata capace di generare solamente morte e desolazione. Al Teatro Vascello di Roma sarà in scena fino al 29 gennaio lo spettacolo La madre, una riscrittura di Paolo Fallai del Malinteso di Albert Camus per la regia di Alessandro Berdini. Gli spettatori vengono accolti e condotti sul palco del Teatro dove è stato allestito quello che è lo studio di una trasmissione televisiva. Ci si dispone ai lati, al centro due sedie con accanto dei monitor. C’è già una donna in scena, si tratta della conduttrice (Vittoria Faro); ci si accomoda, la trasmissione e lo spettacolo hanno inizio. Siamo il pubblico di Crimina, un programma che si occupa di omicidi e che in questa puntata parlerà di uno dei casi più efferati degli ultimi anni: quello dell’albergatrice assassina. La presentatrice ci introduce l’ospite d’eccezione che, ci dice, verrà chiamata semplicemente Madre. È colpevole di aver ucciso dodici persone, ospiti del suo albergo, l’ultima delle quali era il figlio, tornato dopo tanto tempo a casa e che lei non aveva riconosciuto. L’ingresso in scena della Madre (Paola Rinaldi) segna il vero e proprio inizio dello spettacolo. Il suo passo incerto, gli occhiali scuri, i capelli acconciati con poca cura, le mani arrossate e impercettibilmente tremanti. Intervistata dalla conduttrice comincia il suo tragico racconto. Ed è la storia di una vita di cieca solitudine in un piccolo e freddo paese d’Europa vissuta nel miraggio di un sogno di un’esistenza lontana in un luogo caldo, vicino al mare. L’umanità negata di una donna, che la rende un’assassina per abitudine e senza rimorsi, riaffiora con forza solo quando scopre di aver ucciso il suo stesso figlio. Ma anche la conduttrice si scoprirà, è partecipe della vicenda. La tragedia si complica con un inatteso colpo di scena che renderà il racconto ancor più drammatico fino all’inevitabile epilogo.
La trasposizione in chiave moderna del testo di Camus e la sua ambientazione in uno studio televisivo, nonostante l’audacia della soluzione scelta, non sembra fuori luogo. Più difficile è, invece, trovare un’armonia nella scelta delle attrici. L’una, Paola Rinaldi, perfettamente in grado di dare corpo e anima al suo personaggio, ci regala una recitazione in cui tutta la fisicità (dal volto rigato di lacrime, ai piedi che si muovono al ritmo della sigla, quasi come per un incontrollato tic) restituisce il lacerante dramma della madre e gli dà vita sulla scena. L’altra, la pur efficace Vittoria Faro, resta fredda e distante in una recitazione asciutta e a tratti respingente. Ne scaturisce una strana alternanza che rende difficile immergersi totalmente nel racconto. A dare una certa fluidità è, invece, l’intuizione di rappresentare il dramma e di esplorarlo fino in fondo sotto l’occhio di una telecamera, come spesso accade nella realtà. Ciò permette una lettura del testo di Camus in una chiave molto attuale senza tuttavia forzarlo. Consente, inoltre, di parlare di un’orrenda vicenda sondandone le motivazioni più vere e umane, e perciò anche più semplici e disarmanti, legate a una vita anonima e solitaria trascorsa nell’illusione di un sogno.
23 Gennaio 2012

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