Dal 27 febbraio
Cinema Aquila: “Andante ma non troppo: 150 anni di storia d’Italia”
Il nuovo documentario di Enrico Cerasuolo ripropone il vecchio dilemma “Fare gli italiani o fare l’Italia?”" style="text-align: left;">
di Ilaria Liberatore
Sugli spartiti musicali spesso si trova la dicitura andante ma non troppo, sempre, rigorosamente, in italiano. Non è un caso che l’espressione sia stata “rubata” da Enrico Cerasuolo, per il titolo del suo ultimo documentario, “Andante ma non troppo – 150 anni di storia d’Italia”, che individua nella musica, dal “Va pensiero” di Verdi all’”Io non mi sento italiano” di Gaber, il trait d’union della nostra identità nazionale. Reduce dal FIPA (Festival International de Programmes Audiovisuels) di Biarritz, dove ha gareggiato nella sezione Situations de la création française (il film è stato infatti co-prodotto con la Francia), a quasi un anno dalla celebrazione del 150esimo anniversario dell’Unità d’Italia, dal 27 febbraio verrà proiettato al Nuovo Cinema Aquila, nell’ambito della rassegna Contest 2012 (inaugurata il 30 gennaio, con il documentario di Angelo Amoroso d’Aragona, “Io e la mia sedia”, e che si protrarrà fino al 31 maggio, con la proiezione di 8 documentari in totale). La rassegna, che mira a promuovere il documentario in Italia, quest’anno ha come tema “Le memorie – La storia delle cose a venire”.

“Andante ma non troppo” racconta in sole due ore la nostra storia politica e culturale, dall’impresa dei Mille, fino all’era del berlusconismo. Non a caso, il titolo francese dell’opera è De Garibaldi à Berlusconi. Un progetto ambizioso, quello di Cerasuolo, che, almeno da un punto di vista pedagogico (ma non pienamente per quanto riguarda l’originalità dell’impianto narrativo), può dirsi pienamente riuscito: dall’Unità d’Italia all’ascesa politica di Mister B., passando per le guerre mondiali, il boom economico, la rivoluzione culturale portata dalla televisione e la sua degenerazione a partire dagli anni ’80, le conquiste del femminismo e le sconfitte più recenti del “post-patriarcato” e del “post-femminismo”, l’influenza della Chiesa, Tangentopoli, il potere della mafia e dei gruppi terroristi di estrema destra ed estrema sinistra, e tanto altro ancora. Il racconto, portato avanti in modo oggettivo e “scientifico”, si avvale dei contributi di importanti studiosi. Tra questi Giovanni Carpinelli, storico di Torino e Duncan McDonnell, politologo irlandese che insegna a Firenze, che hanno partecipato alla realizzazione dell’opera anche come consulenti storici; e ancora gli storici Walter Barberis e Giovanni De Luna, curatori della meravigliosa mostra che si è tenuta l’anno scorso nell’ex area industriale delle OGR (Officine Grandi Riparazioni) di Torino, “Fare gli italiani”, luogo in cui il regista torna costantemente per dare continuità al film; e poi la sociologa Chiara Saraceno e la storica culturale Luisa Passerini, che offrono importanti spunti di riflessione sul ruolo della donna in questi 150 anni; e gli scrittori Vincenzo Consolo e Sebastiano Vassalli, portatori di un punto di vista più emotivo e personale. Queste e altre voci contribuiscono alla realizzazione di un racconto complesso che si avvale di immagini molto diverse fra loro, dai film che hanno fatto la storia del cinema (quelli patriottici dei primi del Novecento un po’ pretenziosi, che costituiscono, forse, gli unici spunti ironici dell’opera, così come i capolavori del Neorealismo italiano, come “Roma città aperta” e “Ladri di biciclette”) ai super8 dei cineamatori, dai cinegiornali alle più recenti trasmissioni televisive, dalle pubblicità patinate degli anni Cinquanta alle crude riprese telegiornalistiche delle stragi italiane. Sia il montaggio delle immagini (di Ruben Korenfeld) che quello del suono (di Eric Ray) riescono ad amalgamare in modo organico l’eterogeneità del materiale, con accostamenti dinamici e a volte spiazzanti, che costituiscono sicuramente uno dei punti di forza dell’opera. È Ilaria Sbarigia che si è occupata del reperimento del prezioso materiale d’archivio, che costituisce più della metà del film.
La quest che alimenta il racconto di Cerasuolo riguarda il nocciolo della nostra identità
nazionale: cosa vuol dire “fare l’Italia” e cosa “fare gli italiani”? “Chi siamo, e perché dobbiamo stare insieme”? Domande niente affatto scontate, dato che, ancora oggi, c’è chi mette in dubbio l’importanza dell’unità nazionale. A conti fatti, sembra che l’Italia e gli italiani non siano stati “fatti” tanto da disegni politici e discutibili trovate propagandistiche, ma piuttosto grazie ad un lungo, lunghissimo processo culturale che è iniziato molto prima dell’impresa dei Mille, tra il Duecento e il Trecento, nel secolo in cui poeti come Dante hanno posto le basi per la nascita della nostra lingua nazionale, che poi, solo secoli dopo, grazie alla televisione, è riuscita a diffondersi in modo capillare. Ma prima ancora della televisione, Cerasuolo indica un precedente fattore di unificazione linguistica e culturale: il melodramma. I libretti d’opera, infatti, circolavano da nord a sud, veicolando, in italiano, quei cori, quegli slogan e quei valori patriottici che furono (o meglio, avrebbero dovuto essere) alla base della nostra formazione come nazione unita. E poi, come non considerare l’importanza del cinema, soprattutto quello neorealista, che è stato in grado non solo di raccontare l’Italia del dopoguerra con una potenza emotiva inimmaginabile, ma anche di esportare un vero e proprio “modo di fare cinema”. Insomma, la risposta per Cerasuolo sembra chiara: l’Italia e gli italiani sono stati “fatti” dalla cultura. Sono importantissime, in questo senso, le parole di Riccardo Muti, in occasione della prima del Nabucco, tenutasi al Teatro dell’Opera di Roma il 13 marzo scorso: “Questa sera, mentre il coro cantava Oh mia patria più bella e perduta ho pensato che, se noi uccidiamo la cultura su cui è fondata la storia dell’Italia, veramente sarà la nostra patria bella e perduta”.
Meno chiare sono le idee sulla nostra “evoluzione” futura. Questa cultura ci salverà? O la nostra (presunta) straordinaria creatività degenererà e porterà a conseguenze catastrofiche come il fascismo? Il berlusconismo non è forse un esempio di questa creatività distruttrice? La risposta, forse, è nella metafora di Pinocchio: “Tutti noi ci sentiamo Pinocchio, perché sappiamo che, pur mettendosi la divisa, l’ex burattino rimane ribelle”.
22 febbraio 2012

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