“Un pittore è come un prestigiatore che con i suoi giochi deve riuscire a sorprendere se stesso. E in questo sta la complessità”
Al Maxxi in mostra l'immortalità di De Dominicis
“La gente deve vedere non sapere, deve riconoscere l'opera d'arte per quello che è e accettarne gli effetti”" style="text-align: left;">
di Vanessa Ranucci
Glassate di tecnologia e modernità, incorniciate e protette da legno e vetro, nel Maxxi spazio di Roma, allestito e inaugurato lo scorso 30 maggio, le opere di De Dominicis illustrano il percorso espositivo.
Apre le danze la Calamita Cosmica, scheletro umano di 24 metri col naso di pinocchio e l'asta d'oro di sette metri, per addentrarsi tra i lavori da lui creati durante gli anni sessanta e settanta sperimentando ricerche oggettuali e performative, la fotografia e il video degli anni ottanta, alla scultura e alla pittura anni novanta.
Il tutto snodandosi tra le tematiche perno di tutta la sua arte, quali l’immortalità della materia e l’entropia, il rovesciamento prospettico e l’ubiquità, la metamorfosi e l’evoluzione, il confine tra visibile e invisibile, l’ironia, la sospensione tra passato e avvenire, ricorrendo spesso a elementi archeotipici alchemici e religiosi come la croce, la piramide, le stelle, le figure geometriche, i lunghi nasi delle sue figure.
E in virtù del fatto che il tema dominante della sua ricerca è la meditazione sull’immortalità, l’esposizione non è stata creata seguendo “un’evoluzione cronologica lineare, ma in una dimensione di tempo circolare, in cui le opere sono presentate come epifanie, anche attraverso il ricorso a veri e propri cortocircuiti visivi tra lavori di contenuto simile ma distanti cronologicamente. La forza visionaria delle opere e la particolare spazialità del museo sono messe in un rapporto di reciproco valore e si articolano in tre successive stazioni: la Sala Claudia Gian Ferrari al piano terreno, il corpo scala e la Galleria 5 al terzo livello”.

La mostra prosegue con le installazioni monumentali permanenti, come quelle di Anish Kapoor, Giuseppe Penone, il wall drawing di Sol Lewitt, l'igloo di Mario Merz, i "quattro fili elettrici - tenda di lampadine" di Michelangelo Pistoletto, le videoinstallazioni sempre ipnotiche di Grazia Toderi e quelle controverse ma genialoidi di Francesco Vezzoli, le mappe di Alighiero Boetti e gli arazzi di William Kentridge, per un totale di 70 opere.
Ha sempre affermato il Maestro: "l'arte non è comunicazione, ma è creazione, magia e mistero, ritenendo perfino lo spettatore superfluo rispetto all'opera; come scriveva. La gente deve vedere non sapere, deve riconoscere l'opera d'arte per quello che è e accettarne gli effetti”.
Quindi fino al 7 novembre 2010, via libera all'immaginazione e alla propria percezione!
2 settembre 2010

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