Fino al 12 febbraio
Teatro dell’Orologio: Bambiland, la guerra in Iraq tra ironia e tragedia greca
L’albero Teatro Canzone, diretto da Giuseppe Roselli, porta in scena il testo di Elfriede Jelinek, Premio Nobel per la Letteratura nel 2004" style="text-align: left;">
di Ilaria Liberatore
“In guerra la verità è la prima vittima”, tuonava Eschilo venticinque secoli fa, quando l’Occidente (che allora si identificava con la Grecia) già si prodigava nell’imporsi con la forza sul vicino Oriente (in quel caso, la Persia). Da allora - la storia e l’attualità ce lo insegnano - poco è cambiato. È per questo che un’opera come “Bambiland”, dell’autrice austriaca Elfriede Jelinek, Premio Nobel per la Letteratura nel 2004, può permettersi, senza forzature, di raccontare l'intervento inglese e americano nella guerra in Iraq attraverso il linguaggio della tragedia greca sposato a quello della contemporaneità.
Lo spettacolo, interpretato dalla compagnia L’albero Teatro Canzone per la regia di Giuseppe Roselli, in scena al Teatro dell’Orologio (Sala Grande) fino al 12 febbraio, divide il monologo/flusso di coscienza del testo originario in sette diverse voci, trasformando l’opera in un lavoro corale e multisfaccettato.
Nello spazio raccolto dell’Orologio, ci ritroviamo di fronte ad una scena volutamente confusa, una sorta di discarica dalla quale emergono i corpi degli attori, tra stracci, rifiuti inquinanti, e carcasse ferine e umane ridotte ad anonimi oggetti. Sullo sfondo, nel punto di fuga della prospettiva di questa composizione, armonica e spettrale allo stesso tempo, troneggia un televisore, il vero grande protagonista della storia, che trasmette continuamente scene della guerra in Iraq. Oggi infatti è la televisione (metonimia della tirannia dei mass media), che ci permette di assistere ai focolai di guerra seduti comodamente sul divano di casa, partecipando in modo voyeuristico al dolore dei veri protagonisti. In realtà ciò che vediamo è merce, in alcuni casi pornografia. E, per dirla con la Susan Sontag di “Davanti al dolore degli altri”, siamo ormai completamente anestetizzati di fronte a quelle immagini, tanto siamo abituati a vedercele spiattellate quotidianamente davanti agli occhi. Siamo così insensibili di fronte a quel dolore, che quasi non ci rendiamo conto che, a metà spettacolo, il televisore comincia a trasmettere quanto di più antitetico alla guerra potremmo immaginare: l’idilliaco e buonista mondo di Bambi, il dolce cerbiatto della Disney, ambigua multinazionale che si divide tra cartoons, sfruttamento del lavoro minorile e commercio d’armi. È il potere delle immagini ad essere messo sotto accusa, per la sua capacità di stravolgere la verità e di forgiare l’opinione pubblica con falsi miti, fin quasi a giustificare l’orrore della guerra e dell’uccisione di migliaia di innocenti. Soprattutto, per la sua abilità nel nascondere le inquietanti connessioni tra guerra, scienza, biopolitica e capitalismo, dietro al teatrino della “guerra per la pace”.
L’impatto visivo dello spettacolo, unito al linguaggio contemporaneo e allo stesso tempo
ironicamente aulico (nei riferimenti alla tragedia greca) della Jelinek, definito “un fluire musicale di canto e contro-canto”, è il punto di forza dell’allestimento di Giuseppe Roselli.
Altri elementi, però, minano le potenzialità dell’opera. La confusione regna in scena. Gli attori cercano di ovviare alla mancanza di una forte presenza scenica con una recitazione troppo ostentata e di scarso impatto. Le azioni (soprattutto quelle con gli oggetti) sono poco chiare e non strutturate drammaturgicamente. L’uso del coro è abusato, poco coordinato, e aumenta la confusione generale. Alcune idee registiche, come lo scoppio dei palloncini in luogo dei bambini uccisi dalle bombe, sembrano piuttosto didascaliche. Manca un “montaggio delle attrazioni” efficace, un’orchestrazione organica dell’arco narrativo. In questa valanga di stimoli, cambiamenti, colori, parole e movimenti, paradossalmente, i momenti più intimi si hanno proprio quando gli attori, singolarmente, vestiti di nero e senza “maschere”, raccontano con la sola forza delle parole la tragedia della guerra. In questo senso, il personaggio più riuscito, forse, è quello di Dio (Valentina Martino Ghiglia), una sorta di Dottor Stranamore al femminile che delinea con straniata freddezza il proprio delirio di onnipotenza.
2 febbraio 2012

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