Il duo romano presenta il nuovo album, Do It
Bud Spencer prima le suonava ai cattivi, ora suona il blues
I Bud Spencer Blues Explosion portano in scena la loro musica pirotecnica e travolgente" style="text-align: left;">
di fabio crognale
A onor di cronaca, prima di approdare al Lanificio159 (in via di Pietralata, dalle parti di quella Nomentana che da punto geografico sfuma leggermente verso lo spazio animistico), ebbene io i Bud Spencer Blues Explosion li avevo intravisti solo una volta, però mica in un posto qualunque: trattavisi infatti del palco del Primo Maggio 2009, p.zza San Giovanni, dove il duo romano approdò grazie al concorso Primo Maggio tutto l’anno, in occasione del quale si aggiudicò anche il premio S.I.A.E, "in virtù della grande energia sprigionata sul palco unita all’originalità e freschezza della proposta artistica".
Il nome mi rimase impresso. Non certo per l’omaggio al sound esplosivo e grezzo del gruppo punk-blues Jon Spencer Blues Explosion, piuttosto per il riferimento a uno dei paladini della mia infanzia (anche se, dopo decenni passati a combattere i cattivi sulla pellicola, alle regionali del 2005 il buon Bud decise di candidarcisi insieme, andando così a spezzare il mio cuore d'infante e rendendomi così un adulto compiutamente cinico).

Quello che noto immediatamente è il locale. Pieno come sono i locali in cui fatichi per arrivare al bancone. Aspetto l’inizio del concerto stretto nella folla: alla mia destra, un ragazzo alterna risate con gli amici a furiosi messaggi che incessantemente manda con l’i-Phone (“nn mi importa ki aggngi su fb basta che non dici qlle caxate”: dall’analisi filologica deduco il liceale in libera uscita, sia benedetto lo sciopero delle scuole); alla mia destra, una ragazza decisamente più grandicella si lamenta della tesi di laurea (con buona pace del viceministro Martone).

E sono lì in mezzo, quasi a riempire un gap generazionale, quando il concerto inizia. Musica per chitarra e batteria, secondo il Verbo dei White Stripes. Sono solo in due, ma reggono il palco con grande carisma. Riff martellanti e ruvidi (con abbondanza di quelle distorsioni grasse che emettono un suono – gighigì – davvero caratteristico per chi bazzica il genere). I testi, originali, e cosa che immensamente apprezzo, in italiano, ammiccano un po’ al voodoo child, un po’ al call center, perché i due hanno in testa Hendrix ma non mancano di parlare anche a San Precario. Rabbia, poesia e un po’ di politica: del resto sono questi sono i tempi che corrono.
Nota di merito: il brano introduttivo, con tanto di rapper e dj al seguito, era talmente gangsta che m’era venuta quasi voglia di svuotare al cielo il caricatore della pistola.
27 gennaio 2012

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