Al Teatro Quarticciolo lo spettacolo vincitore del Premio Scenario Ustica 2009
“E’ bello vivere liberi” – Marta Cuscunà
Marta e Ondina, la Resistenza italiana e la gioia della lotta antifascista" style="text-align: left;">
di Ilaria Liberatore
Scena semibuia. Oggetti grigi, apparentemente inanimati, sparsi sul palco: un muro con una foto consumata del "Duce", uno strano baule con dei numeri stampati sopra. E poi una luce che si accende all’improvviso, al centro, illuminando la giovane protagonista.
Così inizia lo spettacolo “È bello vivere liberi”, di e con la giovane e bravissima Marta Cuscunà, andato in scena al Teatro Quarticciolo, il 2 e 3 Marzo, e vincitore del Premio Scenario Ustica 2009. L’idea nasce dall'omonima biografia di Ondina Peteani, la prima staffetta partigiana italiana deportata ad Auschwitz, scritta dalla storica Anna Di Gianantonio. Il suo impegno politico inizia a soli 17 anni, quando frequenta clandestinamente la “scuola comunista”, affascinata dai valori di uguaglianza ed emancipazione femminile, allora ancora poco diffusi; dopo poco si unisce alla lotta antifascista nella Venezia Giulia (zona in cui la Resistenza italiana iniziò prima, grazie all’incontro con i partigiani sloveni, costituitisi già nel 1941), e diventa staffetta partigiana. Dopo importantissime missioni, nel ’43, viene arrestata e condotta nel campo di sterminio. Tornerà da quell’inferno profondamente cambiata e consapevole che “È bello vivere liberi!”.

Il monocromatismo della scena viene spezzato da un unico colore acceso, il rosso, che non solo indica la fede comunista, ma anche la passione, quella che accese gli animi di migliaia di giovani che, come Ondina, non vollero stare a guardare, e agirono, combattendo coraggiosamente, e pieni di entusiasmo, contro il fascismo. Ed è proprio un’atmosfera di passione, di fervore, quella che si respira dai primi minuti di questo spettacolo. E’ un punto di vista insolito quello dal quale viene raccontata la Resistenza italiana; è lo sguardo appassionato, imprudente e pieno di energia, di una giovane donna, che nella lotta antifascista vede non tanto un atto eroico, quanto una gioiosa avventura da affrontare in nome della libertà, anche un po’ inconsciamente, ma con la consapevolezza della necessità di quella lotta.
Marta Cuscunà ci rende partecipi di quella gioia con un’interpretazione fresca, spontanea, e allo stesso tempo magistrale nel padroneggiare il corpo e la voce, soprattutto nelle frequenti trasformazioni da un personaggio all’altro.
Ma i momenti più intensi si hanno quando i pupazzi (splendide opere d’arte realizzate da Belinda De Vito) diventano i protagonisti della narrazione. Quel muro e quel baule che avevamo visto all’inizio si trasformano in un attimo in teatro dei burattini e dei pupazzi (i numeri sul baule, scopriremo, sono l’indelebile matricola tatuata sul braccio della protagonista nel campo di sterminio). Marta, che viene dal teatro di figura, ha scelto di usare questi “compagni di lavoro” perché su di loro si può operare una violenza che sul corpo dell’attore sarebbe impraticabile: il taglio dei capelli, ad esempio, strappati da quel cranio da cui “emergono” due enormi occhi lucidi, che già da soli basterebbero a raccontare lo smarrimento di Ondina, e la martellata sul braccio del pupazzo, metafora del tatuaggio. I pupazzi introducono la poesia proprio nel momento in cui si narra il momento di maggiore aberrazione a cui è giunta la civiltà umana. Da questo estremo atto di straniamento, lo spettatore viene catapultato nell’inferno e nella violenza asettica di Auschwitz. Inoltre il teatro dei burattini è una citazione delle forme di teatro popolare molto amate (e praticate) dai partigiani (l’uccisione del traditore Blechi è un tema diffuso nel teatro popolare dei partigiani della zona di Gorizia). I pupazzi, i burattini, questi attori insoliti, dalla potente presenza scenica e dalle infinite capacità espressive, si affermano come possibili protagonisti non solo del teatro per ragazzi, ma anche di quello “per adulti”.
Impossibile non domandarsi, dopo aver visto questo spettacolo, dove sia finita quella gioia incondizionata della partecipazione politica, quella consapevolezza della necessità di una scelta non tra sinistra e destra, ma tra vita e morte, soprattutto tra noi giovani. E forse l’Italia sarebbe un po’ migliore se tutti ritornassimo a gridare, come Ondina, con il sorriso sulle labbra: “Resistenza! Perché è bello vivere liberi!”.

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